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L'ultimo sguardo sul Bergamo Film Meeting

E’ calato senza alcun festone il sipario sul Bergamo Film Meeting, che non aveva addobbato neanche l’apertura di questa ventiseiesima edizione.
I giochi sono fatti e, come da previsione, l’auditorium di Piazza della Libertà si è popolato anche quest’anno d’intenditori di ogni età. Giovani e anziani amanti delle vicende finemente tessute dal cinema di René Clair, la cui completa retrospettiva è stata seguitissima e applauditissima, ma anche della curiosità, di scoprire in questo caso la surreale produzione di un regista emergente come nella fattispecie lo spagnolo Julio Medem.
In mezzo sono trascorsi i fiumi di emozioni tipiche del cinema indipendente che concorreva all’ambita Rosa Camuna, premio riservato ai tre film più votati dal pubblico sugli otto in competizione. E caso ha voluto, o più verosimilmente l’alta qualità dei film in gara, che quest’anno sul podio ce ne finissero quattro. Così i titoli più apprezzati dagli spettatori del meeting sono stati, in ordine: “Un lavoro da uomo” di Aleksi Salmenpera, film finlandese che si è aggiudicato l’oro, “Buonanotte Irene” di Paolo Marinou-Blanco, pellicola portoghese che ha vinto invece
Anche quest’edizione si chiude pertanto all’insegna del cinema impegnato, che tra il calarsi nelle pieghe della psiche umana come per il film trionfatore “Un lavoro da uomo” (nominato finlandese all’Oscar per il miglior film straniero), che prende in esame la depressione, e l’astutamente trascinante crisi di mezza età allestita dal terzo classificato “Segreti”, rivela quella che è una nitida impostazione analitica e antropologica della manifestazione.
Da non dimenticare, inoltre, lo scorcio riservato all’anniversario dei venticinque anni di Meeting, che ha dato la possibilità al suo fedele pubblico di assaporare uno tra i film più attesi dell’ultima sfilata a Cannes, “L’uomo di Londra” di Béla Tarr, che ha marciato sugli occhi degli spettatori con la sua poderosa lentezza e impenetrabilità, del bianco e nero e del rigore morale, accompagnato da “L’appartamento”, eterno capolavoro di Billy Wilder, la cui proiezione ha preceduto la lettura dei vincitori nella serata di sabato 15 marzo.
L’ultimo film proiettato è stato invece “Una storia vera” di David Lynch, che dopo un viaggio cominciato dalla profonda commozione a cui “The Elephant Man” costringe ogni volta lo spettatore, si è concluso sotto un grande e meraviglioso cielo stellato, che lascia ben sperare nel futuro di questa deliziosa esposizione cinematografica.
Già pubblicata qui http://www.cinemaplus.it/leggi-eventosottoriga.asp?id=479

Dal Bergamo Film Meeting 2008

Chissà come e quando si è stabilito che i festival cinematografici simpaticamente soprannominati “d’essai” non debbano suscitare grossi rimbombi mediatici né tanto meno di pubblico. Forse con l’avvento della scissione irreversibile avvenuta tra quello che dalle elite viene ritenuto l’unico cinema degno di “contare” e quello che ancora guarda alle masse, e che quindi intrattiene e incassa solamente. Fin dove arriva il cinema e ha inizio la superflua querelle non si sa, quel che è certo è che il Bergamo Film Meeting, apostrofando l’etichetta con la nota affianco “il festival del cinema d’essai”, parrà a taluni come una prestigiosa denominazione di origine controllata e a talaltri un campanello d’allarme che risuona noia, anacronismo e persino “costruito”. Ma fintantoché una manifestazione sarà caratterizzata da sguardi tormentati come quelli lanciati da un personalissimo fotografo e regista della statura di Freddie Francis, curatore della fotografia di “The elephant man”, film di apertura del meeting (domani alle ore 14.45 nell’auditorium di Piazza Libertà), non ci si può sentire con la coscienza a posto nell’affermare che anche il BFM fa parte di quella sovrastruttura festivaliera di cui il paese andrebbe disossato. Da qui si parte infatti per omaggiare inoltre l’eminente figura di René Clair, quella più snella e melliflua del giovane cinema di Julio Medem, cui si aggiungono un concorso internazionale rappresentato da paesi anche remoti e un pugno di anteprime succose, fra le quali “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi, in programma domani sera all’auditorium di Piazza Libertà.
Il tutto per dimostrare quanto siano formative le proposte di questo ventiseiesimo Meeting bergamasco che, senza clamori, luci della ribalta né canditi, riesce a toccare tanti temi sottili in appena nove giorni di proiezioni. Ossequi e attenzione verso chi ci ha emozionati, ci emoziona e ci emozionerà con più genuinità possibile, sta tutta qui la differenza, nella qualità delle emozioni, e dal momento che infinite altre manifestazioni producono quantità incredibili di golosità, e soltanto quelle, auguriamo a questa manifestazione di resistere all’ondata di indifferenza che il pubblico e la critica dei “consumi” le riservano. E senza ulteriori indugi, battage e pompe magne vi informiamo che da domani ha inizio una stimolante e colorata nuova edizione del Bergamo Film Meeting!
Con la discrezione tipica di uno sguardo sensibile si schiude anche quest’anno l’occhio del Bergamo Film Meeting sul cinema d’essai. E non potrebbe essere altrimenti, visto che lo spazio destinato al film d’apertura è stato occupato questo sabato dal sempre magico e doloroso “The elephant man”, capolavoro del sensazionale David Lynch, che ha così riunito l’interessato e attento pubblico della mostra in un esame di coscienza inevitabilmente profondo. A questa prima proiezione compresa nell’omaggio a Freddie Francis , che di “The elephant man” ha curato la fotografia, è seguita la retrospettiva annualmente dedicata a uno dei registi emergenti più interessanti, nella fattispecie Julio Medem durante quest’edizione, che ha aperto con il surreale “Vacas”. Lo stile nervoso, ironico, ossessivo e convulsivo non riscatta un’opera globalmente autocompiaciuta e in fin dei conti sterile nella trattazione della ripresa agricola successiva alla Seconda Guerra Carlista.
E’ giunta poi l’ora, alle 20.45, della sezione in concorso, rappresentata sabato sera dalla commedia ceca “Tajnosti” di Alice Nellis, emulatrice a tratti forzata e impacciata del modello americano. Gli ingredienti narrativi sono i soliti: crisi di mezza età e tradimento, accompagnati da una manciata di inserti coreografici onirici, comunque poco incisivi e opportuni. Il ritmo sostenuto e qualche gag divertente hanno raccolto i consensi del pubblico sottoforma di applausi a fine proiezione.
Hanno concluso la serata l’anteprima del film attualmente in sala “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi e il secondo omaggio a Freddie Francis “Dr. Terror’s house of horrors”, film dell’orrore a episodi da lui stesso diretto.
La giornata di domenica si è invece aperta con la retrospettiva dedicata al grande regista francese della prima metà del novecento René Clair, prima con “Le grandi manovre”, alle ore 9.30, poi con “Il silenzio è d’oro”, capolavoro di scrittura e interpretazione rigorosamente espressionista, che non risente minimamente dei più di sessant’anni trascorsi dalla sua realizzazione, scoppiettando e ammaliando dall’inizio alla fine. E’ un film sullo scarto generazionale e la forza dell’amore, che vince anche l’illusorietà del cinema, cui non resta che piegarsi alle sue imprevedibile trame.
Il calendario è proseguito con un nuovo omaggio a Freddie Francis, fotografo per Joseph Losey ne “L’alibi dell’ultima ora”, esempio artificioso, sgraziato e in alcuni frangenti sottotono di poliziesco anni ’50, filmografia in auge all’epoca e fin troppo affollata.
Altri due film di René Clair hanno caratterizzato il pomeriggio, “Ho sposato una strega” ed “Entr’acte”, quest’ultimo con tanto di esecuzione al piano in sala ad apostrofarne la proiezione.
Ha in seguito aperto la serata, alle 20.45, l’anteprima del cortometraggio “Camille e Mariuccia”, cui è seguito il film in concorso “Senza fine” di Roberto Cuzzillo.
A cappello della giornata infine, per la sezione “Visti da vicino”, è stato presentato il film “Joy Division” di Grant Gee, che racconta la storia della famosa band di Manchester.
La settimana solare, nonché la terza giornata di Meeting, si è aperta nuovamente tra i fasti di René Clair. Dalle
Dopodichè, le proiezioni sono riprese solo nel pomeriggio, alle ore 15.00, con il cortometraggio “Le sei in punto” di Julio Medem. Prosegue così anche lo sguardo sul regista contemporaneo che quest’anno la direzione artistica della manifestazione ha reputato “da scoprire”.
Ancora un Clair fantasioso e giocoso anima il pomeriggio del Meeting con un film dell’ultima sua fase, “Le belle della notte”, che venne realizzato nel 1952 e annovera fra i comprimari gli italiani Paolo Stoppa e Gina Lollobrigida.
“La doppia vita di Dan Craig” è invece un noir di Karel Reisz fotografato da Freddie Francis, altro grande architetto di emozioni che il BFM numero ventisei intende omaggiare nel modo giusto.
La serata, un po’ più soft rispetto a quella del sabato e della domenica per permettere di non far tardare troppo chi il mattino dopo si reca al lavoro, ha visto illuminarsi ancora lo schermo di cinema, questa volta sloveno e in concorso nella competizione ufficiale. “Cortocircuiti” è un groviglio sanguinante di storie drammatiche ai giorni nostri, mitigate da esili speranze con le quali non ci si può che ingannare ancora fino a specchiarsi nelle delusioni altrui.
Ancora uno squarcio di Medem irrompe nella giornata, “Lucía y el sexo” con Paz Vega è il film che la chiude con erotismo e mistero. Uno dei pochi lavori del regista spagnolo ad esser stato distribuito in Italia, nel 2001.
Già pubblicati qui http://www.cinemaplus.it/eventisottoriga.asp?id=95

Pablo, continua a registrare!

I titoli di coda, sulle note ripide di un pezzo sbruffone, esorcizzano quanto di più temibile possa proiettarsi sul pallido schermo bianco di un cinema, di questi tempi. Smorfie da circo, effetti speciali da scannatoio, ragazzine urlanti e bellimbusti col fare da spaccamontagne. Tutti risucchiati dentro il vortice della violenza, efferatezze a non finire. Forse la domenica, prima o dopo un atteso incontro di calcio si preleva un campione di cotanta malattia sociale, ma nei feriali che succede? Quando non si gioca si fa sul serio, o si gioca duro. Contro un avversario “rabbioso” come una ficcante infezione che stringe un condominio spagnolo tra le sue fauci secernenti morte. Stritola il bassoventre di uno spettatore che farebbe meglio a restare a casa, se si aspetta uno dei tanti horror annacquati in circolazione. Questo nuovo breviario dell’orrore, firmato Balaguerò e Plaza, paga per tutti.
Partorito dalle molteplici psicosi che ci contaminano da ogni dove, REC non la fa spuntare a nessuno, nemmeno al mondo intero. Poiché è in grado di mandare a morire i giovani pompieri che ci tutelano da incendi e altri spiacevoli inconvenienti ogni giorno. Perchè ci fa accorgere di essere carne al macello giusto quando ci stavamo identificando nei personaggi umanissimi della rappresentazione. E questo grazie a che cosa? Non crediamo allo smisurato talento di un regista poco più che discreto come Balaguerò, nemmeno all’indiscussa ispirazione del suo collaboratore Plaza, quanto alla fulminante intuizione di girare un film in prima persona. Ad opera di due sadici sperimentatori di genere. Che non inventano niente, anzi, a stemperare la presunta autorialità dell’opera rimando a inizio recensione, quando si parlava di musica dello sfasciacarrozze. Ma pregio più grande della produzione di REC è quello di aver saputo legittimare la scelta di un film fatto sulla spalla di un reporter televisivo, con l’orrore più imponderabile. Mostrato col desiderio malsano di guardare ciò che disgusta e repelle. Perché se Balaguerò e Plaza sono il reporter, allora noi siamo loro, ossia due voyeur fraudolenti ingordi di violenza fosca e brutale. Di quelle che ti fanno rabbrividire per la loro verità, la loro plausibilità.
Che ne sapevano i poveri inquilini di quel fedifrago appartamento nel pieno centro di Barcellona, che l’anziana signora urlante al piano di sopra sarebbe stata l’inizio della loro fine? Una grassa e sfatta anziana della porta accanto, senza figli e abbandonata ai tormenti più oscuri della mente, comincia il suo viaggio negli inferi aggredendo e mordendo il portinaio. Sangue che schizza su una sottoveste di lino bianco già macchiata di plasma ormai secco. Un bel colpo di scena per chi credeva che il duo di registi spagnoli si fosse dato al documentario sociale, ai pompieri e ai loro momenti di relax, a inizio film. Ma perché la televisione avrebbe squarciato un’età intera dell’umanità se il suo potenziale si fosse ridotto alla riproducibilità, alla finzione? È tutto verissimo, testimoniato dagli intervistati chiusi dentro il palazzo dell’orrore più sibillino. Cambiano faccia, si gridano l’un l’altro, e in mezzo a loro il darwinismo sociale che fa calare la sua lama decapitatrice. Nemmeno il più forte sopravviverà, ma questo fa parte del gioco, del divertimento, se può essere chiamato tale il rimanere estremamente terrorizzati davanti ad uno schermo.
Le atmosfere al punto giusto lugubri, il buio che s’intrufola dentro la sala, il timore per la vecchia signora che abita dentro il nostro palazzo e in un modo o nell’altro ci ucciderà. Anche se siamo più giovani e robusti. D’accordo, è l’altra metà del nonno di Non aprite quella porta, e pure il film di Hooper era tratto da una storia vera… Ma attenzione, REC non è tratto da nessuna storia, perlomeno vera, è bensì la Storia, la Realtà, La Televisione. Questo è ciò che spaventa di più, della martellata che riceviamo addosso.
Del finale non vi anticipiamo niente. Però vi bisbigliamo che è suggestivo quasi quanto le spiegazioni alle prime epidemie cronenberghiane.
Già pubblicata qui http://www.positifcinema.com/rec.htm

Delitti e psicanalisi

Woody Allen c’ha preso gusto. Inutile nasconderci che la vera e propria breccia di consensi spalancata con il pregevole Match Point abbia insinuato nel più che prolifico regista ebraico il dubbio che la commedia intellettuale dura e pura stia esaurendo i suoi, per la verità già rudimentali, spunti. La caricatura psicanalitica, l’isterismo sociale, il sentimentalismo contorto e così via sono infatti tematiche care ad Allen, tanto quanto possono esserlo ai suoi irriducibili fan, ogni qual volta ben paghi della prolissità di sceneggiature ormai tronfie di ammiccamenti nozionistici leziosi e autocompiaciuti. Perciò, dopo il tentativo di schierare una storia tesa e intrigante come quella del film citato poche righe sopra, che ha infine dato un esito entusiastico su tutti i fronti, il regista si è ripromesso d’inserire nuovamente sottoforma di mero pretesto narrativo il delitto, come perno di un canovaccio altrimenti ben già indossato in precedenza, e per questo ormai logoro, scolorito. Ma Allen non si dà per vinto e così ripropone la veste del thriller, utile se non altro al battage pubblicitario memore delle aspettative “pubbliche” post Match Point, mantenute in parte nell’onesto e rinfrescato, presumibilmente per la presenza della giovane diva Scarlett Johansson, Scoop, che di tutto aveva l’aria tranne che di un lavoro sobrio, impersonale. Fin troppo egocentrico anzi, per un regista che aveva prepotentemente calpestato la scena con il suo recente, teso e inesorabile, “rinnovamento artistico”.
La verità è che Woody Allen sa fare bene cinema, anche divertire, commuovere e impressionare quando ne ha voglia, soltanto che oggi, nel nuovo millennio, sembra ancora volersi mettere al centro dell’attenzione quando i tempi del suo spartito tragicomico dell’esistenza sono ormai tramontati. Per questo si vede avvantaggiato nel ricorrere a fin troppo facili mezzucci di stampo criminale, sessuale e divistico, per porre in altre parole i giusti presupposti a un’idea di cinema rimasta fondamentalmente invariata da anni or sono. Esclusa qualche sfumatura infatti, gli ingredienti che ne stanno alla base sono sempre stati essenzialmente commisurati all’ispirazione, allo slancio creativo che, a parte rarissime eccezioni, è a questo punto molto simile al precedente e con ottime probabilità lo sarà al successivo. Una filmografia costituzionalmente seriale per vocazione quindi, non certo per inerzia, ma che ha rischiato di cadere, e più volte l’ha fatto col tonfo, nella leziosità dei temi, autoreferenziali e di scarsissimo, per non dire nullo, interesse. E Sogni e delitti ne è un esempio calzante, thriller capzioso dalle venature beffarde e ineluttabili, che trova nel suo unico e più grande difetto la ragione del suo non essere un bel film, vale a dire la pochissima ispirazione, la fretta quasi, il perdurante mostrarsi sottotono agli occhi dello spettatore. Interpretato diligentemente da un cast giovane e affidabile, il nuovo film di Woody Allen poco può esser biasimato sotto il profilo tecnico, come al solito ben coordinato, ma una vuotaggine di spirito e intenti sembra pervaderne la narrazione da capo a coda, sacrificata della sua efficacia in virtù di una sosta quasi obbligata presso le tappe della seduzione, dell’omicidio e del rimorso. Vale a dire quei microtemi che andavano dispiegando il potenziale creativo che stava alla base del progetto Match Point, e che oggi vengono rispolverati per raccontare una fiacca storia di rancori e gelosie, che non centra mai il bersaglio. Gli interpreti, non c’è che dire, seguono alla lettera la lezione del maestro, ma non sembrano ispirarsi ad altro che non sia la sua memoria cinematografica, cosparsa di una mimica e drammaturgia risaputa, senza acuti né tanto meno novità.
Dopo tutto si tratta di un film serio, che indaga le ragioni dell’io più profondo capaci di sospingere l’individuo ai comportamenti più efferati e inimmaginabili. Ma come già osservato in precedenza, gli interrogativi sui sogni e i delitti hanno caratterizzato la storia della psicanalisi novecentesca, nonché il successo di tutto il cinema del regista newyorchese. Forse sarebbe il caso di tentare un’evoluzione concettuale e procedurale, in maniera tale che la forma venga sollecitata a quadrare un po’ meno al contenuto e la psiche al corpo, per farci se non altro smettere di sospettare che Sogni e delitti altro non sia che una commedia inessenziale, volutamente malnutrita e mistificata dalle atmosfere del “thriller paradossale” più facile e noioso.
Già pubblicata qui http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2560

Segnali di cinema

Fintanto che un autore si saggia fra le cinta di un solo linguaggio pertinente al suo mestiere, che visibilmente lo appaga così com’è, approvvigionandolo di tutto il necessario per incensare le sue speciali doti e virtù, questi difficilmente saprà rinvenire stimoli nuovi dentro il vastissimo calderone chiamato: arte. Egli si accontenterà tutt’al più di quell’unico cantone espressivo in grado di annoverarlo fra gli "eletti" artisti. E in questa descrizione, si dà il caso che Franco Battiato non riesca proprio a riconoscersi.
Mosso fin dai primi anni Settanta da un’ispirazione poliedrica e multiculturale, per circa un trentennio l’autore catanese ha infatti in buona parte deciso le sorti della musica leggera in Italia, senza però mai volersi occludere nella categoria nazionale dei "cantautori". Sgusciando via da ogni facile etichettatura, ha preferito piuttosto imboccare diverse espressioni artistiche che l’hanno così condotto all’opera classica, alla pittura ed infine al cinema. Ma a cosa si deve questo sempre più vivo affiatamento tra il cinema e Franco Battiato?
L’itinerario che sta percorrendo il regista, attualmente in giro per diverse sale italiane al fianco del suo ultimo film Niente è come sembra, parrebbe voler riproporre un’abitudine per lo più scioccamente dimenticata, quella secondo cui l’intellettuale viaggiava al fine di arricchire gli auditori con la sua arte. E di meglio non poteva ingegnare il compositore di "Centro di gravità permanente" che, dopo la presentazione alla Festa di Roma, ha preferito pubblicare direttamente in DVD la sua fatica, intanto che viene da lui intelligentemente accompagnata in giro per il paese.
Facendo sì che il pericolo di fischi e schiamazzi, cioè della mancanza di comprensione riscossa, ad esempio nelle proiezioni della 62° Mostra del Cinema di Venezia e non solo, da Musikanten (2005), secondo film di Battiato, venga questa volta scongiurato.
E con un pizzico di possessivismo in più l’artista siciliano sembra esserci riuscito sul serio, confezionando un lavoro di maiuscolo e aulico didascalismo, vale a dire in grado di insegnare a porsi delle domande, cercando di coniugare ad ognuna di esse una compatibile risposta, e a non accontentarsi mai dell’apparenza.
Pressappoco ciò che la sua musica ha sempre evocato sguarnita delle immagini a farne da contrappunto visivo, e che ora, dal 2002, anno dell’esordio dietro la cinepresa per lui grazie a Perduto amor, riesce a non rinunciarvi per poter esprimere quello che è il pensiero sull’"esistere" di questo autore. A detta sua, stretta la conoscenza con il mezzo d’espressione più congruo al suo stato d’animo, il cinema giust’appunto, in poco più di cinque anni realizza tre film dai notevoli meriti intellettuali e sperimentali, che lo promuovono ad autore in breve tempo.Perduto amor, che con cenni autobiografici ricostruisce la Sicilia e la Milano degli anni Cinquanta e Sessanta nel secolo scorso, attraverso il passaggio all’età adulta di Ettore Corvaja, giovane con l’aspirazione di scrivere. Grazie a questo esordio il polimorfo Battiato conquista subito un Nastro d’Argento, oltre che un incentivo a continuare in tale direzione, caratterizzata dalla genuinità di uno stile che ben sa rappresentare luoghi e situazioni, con sicura personalità.
Fa subito seguito perciò un nuovo impegno in pellicola, che questa volta affronta la rievocazione e l’attualizzazione di una vita dissidente come quella di Ludwig Van Beethoven, ormai al crepuscolo. Musikanten è un film criptico e profondamente sperimentale, come al solito ben interpretato nella filmografia di Battiato, in questo caso da un guru del cinema d’antan come Alejandro Jodorowsky (El topo, La montagna sacra), altro lampante esempio di eclettismo.
E sempre il fondatore del Teatro Panico incontra lo spettatore di Niente è come sembra, mentre vestendo i panni di se stesso legge i tarocchi agli invitati della festa di compleanno più bizzarra che si possa immaginare. Dentro una stanza si consumano infatti speculazioni su Dio, l’esistenza e altre tematiche soprasensibili che stimolano l’astrazione di ognuno.
Franco Battiato, con un tocco di nichilista ironia nel finale, ci dice che condensa nel cinema tutte quelle parabole avvincenti che hanno ispirato e idratato negli anni la sua vena creativa e mistica. Che per certi versi Niente è come sembra può essere considerato un anti-film, data la sua struttura atipica, a cominciare dalla narrazione non esattamente consequenziale.
E che dopotutto niente è come sembra, niente è come appare, perché niente è reale!
Già pubblicato qui http://www.pieffe.it/filmdoc/Link_6.htm
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From the Scanners

Direttamente dalla stirpe Scanners, la cui fondazione detiene la defunta memoria del Dr. Paul Ruth, padre dello Scanner “buono” Cameron Vale e di quello “cattivo” Darryl Revok (tra virgolette poiché la teoria della relatività non smette mai di abbracciarci), riaffiorano dall’oscurità di un sordido vicoletto londinese quelle che potrebbero essere le controparti, ai giorni nostri, dei due prototipi che nel 1981 erano i più potenti Scanners. Oggi infatti, dal momento che la moltiplicazione della specie è ormai a buon punto, unitamente a quella dei nuovi media virtuali che di certo non l’hanno frenata, non si sa più dove guardare per non incrociare con lo sguardo almeno un esemplare di questa neo-specie, che definito così suonerebbe un po’ come la figura dell’androide di futuribile memoria scottiana, apparentemente come noi seppur in realtà non umano, ma anche più prossimamente a quei tanti di noi che attecchiscono ad un medesimo modello etico-comportamentale. Ora, dal momento che Cronenberg non si è mai chinato alla ricerca dei nostri limiti, errori, possibili spiegazioni e/o rimedi, sondaggio che sarebbe per altro inesauribile, non sorprende la neutra presentazione triadica del male, qui come in Scanners ma anche nel precedente A History of Violence, senza guardare troppo indietro, dove ad innestare l’epidemia di violenza era il Genio Maligno dei due rapinatori (Dr. Paul Ruth in Scanners, Semyon ne La promessa dell’assassino), che guardacaso ridestavano la natura sopita della violenza sana o specifica di Tom Stall (Cameron Vale, Nikolai Luzhin), e giocoforza di quella malsana o aspecifica della malavita organizzata (Darryl Revok, Kirill); vale a dire che la santa trinità va sotto il nome di “impulso” (visione freudiana), poi dirottato dalla natura umana universale, che ne è sentiero, in “violento”, dopodichè conteso e sintetizzato dall’aggressività di eros e thanatos. Ossia, proprio dove entra in gioco la fredda autopsia dei vincitori e dei vinti, ci si accorge di come bene e male siano mente e braccio l’uno dell’altro, in una visione dualistica che malgrado ciò fa capo ad un unico super-corpo, quello del potere, che si serve degli uomini per manifestarsi in tutto il suo isolamento psico-carnale.
Insisto per la prima volta nell’attribuire a questo film il ruolo di importante copula delle due fondamentali correnti del cinema di David Cronenberg: Nuova Carne e Nuova Psiche, dal momento che, dopo la svolta psichica del “soggettivo” e miracoloso Spider, l’inciso necessitato A History of Violence, viene qui partorito l’ “oggetto”, il quadro clinico dello stato cadaverico e ormai superato dell’ex nuova carne, fattasi tatuata, pallida, vergognosa, e infine il passaggio di testimone alla psiche e ai suoi astuti disegni. Così da riformare il cerchio topico della filmografia del canadese, che prevedeva prima di tutto il calcolo e la ricerca psico-biologica, sebbene fino ad eXistenZ esclusa dalle sperequazioni visive della carne, vera protagonista della ribalta di Cronenberg. Un inossidabile filone di cinema guardante gli effetti visibili di cause invisibili, e oggi più concentrato su quest’ ultime partendo dai ben noti modelli di disfunzione carnale acquisiti, che se ieri apparivano suggestivi oggi si dimostrano anzitutto profetici e necessariamente legati alle nuove frontiere della mutazione psicologica, piuttosto che corporea, qui giunta al suo stadio terminale, alla sua vegetativa meccanizzazione.
Cronenberg non disprezza ciò nonostante il lato viscerale del suo percorso, pur sempre insito e pulsante in La promessa dell’assassino con disarmante efficacia, grazie a minuti di disturbante veridicità della lotta tra vita e morte, fra impulsi rivali eppure identici ma, come aveva già espressamente dichiarato attraverso Spider, la sua intenzione ora è quella di procedere a ritroso. Per risalire alle ragioni che spingono un uomo mentalmente disturbato a setacciare obliquamente una Londra spettrale, per ripercorrere il passato di un buon padre di famiglia che si scopre improvvisamente pistolero abilissimo, e per capire infine quale verità nasconde la misteriosa morte di una prostituta russa di appena quattordici anni in una Londra marmorea e sorda.
Pertanto, assoldato un cast dall’elevato potenziale, lavorato abilmente dalla mano paterna del regista canadese, qui al suo secondo film con Viggo Mortensen, ne scaturisce una pellicola tesa dall’inizio alla fine, contraddistinta da un serpeggiante e crescente coinvolgimento ai passaggi narrativi, dettati dalla straordinariamente sostenuta sceneggiatura di Steven Knight. Che Cronenberg converte con chirurgica lucidità in immagini piovose e fredde richiamanti all’unisono Scanners e Crash, film, quest’ultimo, che dopo undici anni rivela la sua non ancora pienamente raggiunta attualità, ma senz’altro l’enorme influenza fotografica, che ha efficacemente esercitato un decennio dopo su questo importante passaggio filmografico che non va mai per il sottile. Dalla corrosiva drammaticità della prima scena, fino al crudo epilogo vengono infatti iniettate dal regista dosi considerevoli di violenza epidermica, senza enfatizzazioni o distorsioni, quanto per il loro indigesto retrogusto di verità. Oggettività della sofferenza di giovani ragazze recluse nel mondo della prostituzione; dei gerarchismi malavitosi che nascondono l’equanime e volgare fame di potere di chi ne fa parte; della netta linea di confine eretta fra criminalità e gente comune, quali che fossero i primi superiori ai secondi, dall’alto dei loro costumi impeccabili, dell’agiatezza e impassibilità esistenziale che li celebra, stimolata da un utilizzo erroneo e distratto della carne. I tatuaggi sono infatti un momento di rinnegamento biologico, naturale, catalogano l’individuo in compartimenti sociali imprescindibili che determinano addirittura il suo destino[1], come nel caso lampante di Nikolai e le sue stelle. C’è chi nasce “principe” e chi lo diventa, ma chi lo nasce già, chi lo dà per scontato, mai si porrà il dubbio di essere nel giusto o meno, come invece chi per diventarlo guarderà dall’esterno ciò a cui va incontro.
Ebbene, con occhio endoscopico Cronenberg ci introduce entro le quinte di una mafia russa insensibile, stupratrice, vigliacca, che però detiene il potere, e di conseguenza è Il Potere. Il regista lo accetta come polo violento negativo, gli contrappone il corrispettivo positivo e tenta una conciliazione fra le parti. E’ da considerarsi l’ultima sequenza come estrema fusione di bene e male, quindi dei due nuovi “re”, in un unico corpo, in un’unica dimensione?
Se ricordate l’ultima sequenza di Scanners riceverete la medesima sensazione all’inverso, mentre lì era il corpo di Revok (Male) a sopravvivere con dentro l’anima luminescente di Cameron, qui è invece quello di Nikolai (Bene) ad imprimersi sullo schermo, in silenzio, con sguardo roccioso e impenetrabile. Questo sta a significare che per davvero il tempo della nuova carne è ormai tramontato, poiché essa non può niente se non riciclarsi al fine di servire la psiche e i suoi pensieri, nessuna escrescenza, nemmeno un capello fuori posto, figuriamoci poi un’espressione d’affetto, bensì la consapevolezza di dover gestire freddamente ogni singola operazione dell’intelletto, come dei computer.
Non un Cronenberg pessimista, piuttosto nostalgico, che intravede ben poco di buono nel presente e ripone ancor minore fiducia nel futuro, e che proprio per questo disseppellisce l’organicità di Scanners e l’ossatura di Crash, per non parlare della musicalità languida di M. Butterfly.
In alcune scene viene percepita un’atmosfera neo-medievale, di riti elettivi e funebri, fino a quando il bacio finale tra Nikolai e Ann raccoglie un po’ le fila dei molteplici temi morali appena appena suggeriti lungo la preponderante corrente scorrevolmente thrilling del film, aprendo i battenti ad un finale introverso e malinconico come quello di Scanners. Ognuno è alienato sul proprio pianeta mentale, l’amore, la vita coniugale e la procreazione non sono nemmeno più ipotizzabili, resta solo un isolato presentimento, come se Ann, infine, rispolverando le parole scritte sul diario della giovane prostituta morta, comprendesse che attraverso il pensiero, quel confine invalicabile presente fra gente comune e mala non fosse altro che un semplice disguido spazio-temporale. In quanto la piccola bimba che Ann (Vita) tiene in braccio è l’omaggio da lei dedicato a Nikolai (Morte), e che dopotutto, abbattendo ogni steccato, anche stavolta premurosamente esclama: “Abbiamo vinto, abbiamo vinto!”.
E Cronenberg ha trionfato, giacché La promessa dell’assassino è un film memorabile.
[1] Come d’altronde ogni medium che abbia mai frequentato il cinema di Cronenberg, dalla televisione (Videodrome), al virtuale (eXistenZ), passando per la parola che si fa carne (Il pasto nudo), spingendosi fino all’inchiostro sulla pelle.
Già pubblicata qui http://www.positifcinema.com/promessadellassassino.htm

Gli autobus di notte

I sottili e traslucidi tentacoli delle meduse sono soliti ondeggiare fra le profondità di abissi insondabili e inespugnabili. Liberi di colmare i piccoli spazi che normalmente l’acqua riveste con la sua grossa e incurante massa liquida, sfumano fra le profondità di un mondo naturale al quale l’uomo, solo di rado, fa caso. Il rischio è quello di arenarsi, tanto delle balene quanto di queste tondeggianti specchiere dei segreti appartenenti ad universi ignoti e meravigliosi. Coricate sulla sabbia bagnata e piatta come se fosse stata appena asfaltata, addirittura lei, riposano i propri organi, espressione di una bellezza pallidamente perlacea.
Così, i piccoli eroi del film di Etgar Keret e Shira Geffen sono biologicamente tanto complessi e sublimi da destinarsi alla quantità di spazio preposta, oggi, alla infinita bellezza dell’esistere, ovvero minima e ristretta. Spazio angusto e sfinito quello asciutto del mondo sociale, che non si differenza tanto per aspetto e divenire, quanto per autocoscienza. Il primo sembra a tutt’oggi intriso di immacolata lucentezza e speranza, il secondo deturpato dai torti più o meno evidenti che si commettono ogni giorno, ai danni dei nostri stessi simili.
Tel-Aviv. Quanti sorrisi infantili rabbuiati, quante gioie materne abortite, quanta irreversibile solitudine nell’anima, quanti nuovi amori all’ombra di fronde dell’incomprensione. Meduse assorte nel loro pesante e al tempo stesso incorporeo movimento, meduse vinte dai prepotenti. Meduse che non sanno cosa vuol dire arrecar danno, ma che conoscono fin troppo bene i suoi effetti. Meduse come i piccoli film d’autore che escono sotto gli occhi chiusi di tutti, troppo intenti ai progetti grandiosi dell’esistere, conclusi in un grande bluff, in un grosso inganno.
Fare attenzione ai piccoli gesti, alle trascurabili manovre del misero vivere sembra per questi due registi quanto di più stimolante alla fantasia simbolica e poetica che ogni artista dovrebbe possedere. Il sapersi esprimere con semplicità quando mancano i mezzi per poter osare di più, sapersi esprimere sempre dacché profondamente motivati, è qualcosa di sinceramente raro e invincibile. Questo film ne è la dimostrazione, come lo sono molti altri esempi anche più decisivi, ma pur nel suo farraginoso declivio, apporta un contributo che poste le sue misere risorse, vale doppio.
Come pretendere soldi da chi non ne ha? Troppo spesso questa domanda viene assimilata alla seguente: come chiedere aiuto a chi non ne ha nemmeno per sé stesso? Ebbene, questo film condivide la tesi secondo cui, spesso, chi non riesce ad aiutarsi è il primo candidato al soccorso del prossimo. Chi è sordo invece, dall’alto del suo marmoreo pulpito, saprà solamente sputare sentenze, rinunciando a calarsi giù dal torpore, per confondersi nella mischia bisognosa. Umile e dignitosa, fra le cui uni(ci)tà la mdp di Keret e Geffen si aggira con rispetto, senza secondi fini catechizzanti.
Racconti di dimensioni ridotte, dotati di una carica cromatica brillante e avvincente, vite di seconda mano.
Semplice e composta è la regia, che solo a tratti si concede alle velleità simbolistiche, culminanti nondimeno in un finale commovente. Bravi tutti gli interpreti, e una lode a Nanni Moretti, che ci dà la possibilità di entrare in contatto con certe “viscose” e dense esperienze cinematografiche.
Camera d’Or a Cannes 2007.
Già pubblicata qui http://www.positifcinema.com/meduse.htm

Sapessi che dolore l'esistenza
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Ma anche “Storie di ordinaria disperazione” si potrebbe intitolare la riflessione che la visione del nuovo film dell’Orso d’Oro Fatih Akin cala dentro il mio animo. Un intreccio elicoidale che espugna le pareti della coscienza universale solo all’apparenza, perché tanto vale riconoscere che film come Ai confini del paradiso non hanno mai estorto suoi rimorsi se non ai soliti frequentatori di discreti cinema d’essai. Frequentate da un pubblico assiduo, propongono una carrellata di dolore e pene umane dalla cadenza ormai annuale in programmazione. E l’appuntamento si rinnova, con tutti i fasti del caso, in occasione dell’uscita di questo nuovo film di una cara vecchia conoscenza dell’ultima generazione di registi europei. Fatih Akin per l’appunto, regista de La sposa turca, storia d’amore della rottura con i canoni classici, convenzionali dello stile di rappresentazione e relazione fra le due metà, ridiscende in pista per raccontare questa volta qualcosa di ben più intimistico e triste. Un flusso di grame esistenze segue il letto che qualcuno ha creato per chi sul libro del mondo ha diritto a scrivere soltanto il proprio nome, affermando che ha sostato su questo pianeta, ma che, anche quando viveva, sembrava poter aspirare a ciò che sta al di là di tutto quel mare aperto che conclude il film, con le sue onde in risacca e gli scogli a delimitarne i confini. Quelli che tutti si augurano giunti al fondo del proprio umore, della propria speranza. In fondo ogni personaggio di questo film, come tutti noi del resto, ha qualcosa da rimproverarsi, da rimpiangere in un mortificante attimo di imponente silenzio.
Il giovane professore universitario, Nejat, che perdona suo padre quando è ormai troppo tardi, la prostituta, Yeter, in cerca di riaffermazione che rimane uccisa accidentalmente prima ancora di metter piede fuori di casa, l’anziano e lascivo padre del professore, Ali, che pone fine alla sua decorosa vecchiaia in carcere, dopo un’accusa di omicidio volontario, e l’abbiente madre tedesca, Susanne, che perde la figlia Lotte ad Istanbul, dove tentava di aiutare un’amica incriminata di attivismo politico, Ayten. Ogni singolo nome, autografato sul grande libro della Passio, è accomunato all’altro dalla tragicità dell’esistere, sensibile lungo l’intera scalata infernale che il film fotografa con nitidezza, prospettiva e maturo rispetto. Non tallona i personaggi con fare sgarbato e invadente, piuttosto li celebra per il loro fiatone che ancora per un po’ riesce a non farli crollare. I corpi di tutti i disgraziati infatti sudano, resistono alle intemperie e perfino alle percosse. Non si scandalizzano di niente oramai e reagiscono ad una vasta gamma di sofferenze immani. Eppure la sceneggiatura di Akin, premiata al 60° Festival di Cannes, continua a disporli al cospetto di giganteschi ostacoli di natura organica, materiale, difficilmente intellettuale, come la Istanbul che ne fa da sfondo. E loro si arrampicano in tutti i modi per poterli superare, annaspando con grande dignità fra gli sconforti di un’esistenza troppo depressa per essere vera.
Tanto più che si avverte un certo disagio durante tutta la visione di Ai confini del paradiso, dettato probabilmente dalla fortuna che ci vede protagonisti nell’abitare un paese non così sfrenatamente fiondato verso il degrado. E nonostante ciò interprete, in questi giorni difficili, di abissali inettitudini alla coesistenza civile.
Ma il quadro d’insieme che si ricava dal minuzioso lavoro di Akin non si limita al pianto sociale di matrice pessimistica. Casomai, al regista turco-tedesco rincresce ma, affidandosi ad un ispirato realismo, si è visto costretto a scardinare qualsiasi tipo di selezione naturale, per raccogliere Nejat, Yeter, Ali, Susanne, Lotte, Ayten in una comunione del dolore cieca, che non discrimina, specie ai confini della Turchia.
GIà pubblicata qui http://www.positifcinema.com/aiconfinidelparadiso.htm

Approfondimento: Il viaggio per Soldini

Il commosso documentario di Giorgio Garini, collaboratore da tempi non sospetti del cineasta quivi chiamato in causa, introduce il pubblico del 10° Genova Film Festival alla scoperta del Silvio Soldini uomo prima che artista, e viceversa. Cosicché il tema ricorrente immediatamente emerso dal colloquio instauratosi fra regista, Giuseppe Battiston, Giorgio Garini e uditorio, e successivamente ribadito dal documento cinematografico in questione, prende in esame la concezione che Soldini ha del “viaggio”. Modello archetipico, che fin dalle origini, in Drimage, suo primo cortometraggio nel quale un ragazzo decide di partire e abbandonare New York, conduce ad un sempre maggiore assorbimento inconscio di questo vero e proprio leitmotiv imperante nel suo cinema. Finanche Interrotto, o meglio impedito durante l’ultimo film, che avrà il titolo di Giorni e nuvole e sarà nuovamente ambientato a Genova, dopo che il precedente Agata e la tempesta ha rivelato le risorse della città e la sua attuale “inesauribilità”. Infatti il regista milanese segue per ogni suo film una spinta interiore irrazionale che gli fa operare delle importanti scelte artistiche, come quella di ambientare un film in una città piuttosto che in un’altra, facendo affidamento al concetto che “il cinema esaurisce luoghi”. Quando non è più nutrito un sentimento di “energia” significa che quel luogo ha dato tutto quello che poteva dare, come è successo per Milano e forse anche per Genova, ma ciò che certamente non succede ad una megalopoli come New York, sfaccettata e appunto fonte instancabile di idee.
La troupe accompagna poi identica il proprio regista, perché il cinema è, secondo Silvio Soldini, prima di tutto un lavoro collettivo, e con cast tecnici diversi il prodotto finito sarebbe inevitabilmente diverso. Battiston aggiunge anche la positività del “cambiamento”, inteso sempre come viaggio individuale e corale, che può andare dall’interpretazione di un personaggio ad un altro e da un luogo all’altro appunto, fortificando così il rapporto, scoprendo accenti nuovi, linguistici e spirituali.
Luca Bigazzi, maestro della fotografia feticcio di Soldini definisce Silvio: “un regista implacabile”, e il diretto interessato gli risponde affermando che: “il cinema più che un lavoro è un gioco”. Si è entusiasmato fin dalla comprensione delle sue regole e ha cominciato a fruirne un tipo fatto di immagini forti, grezze, che lo hanno inconsciamente guidato alla realizzazione dei suoi primi lavori in notturna, fra i “cripticismi” dell’entusiasmo generale. Sul set si sente infatti pieno di energie e rinnovato da esse.
Pur con la fiction di mezzo trova il tempo e la forza sufficienti a realizzare anche documentari su commissione, poiché ama la realtà, e il documentario è infatti un mezzo che ti porta a conoscere mondi fino a poco prima ignoti e personaggi che ti lasciano un segno, apparentemente piccolo e insignificante ma prezioso ai fini della sensibilità umana.
Infine fra gl’intimiditi astanti si solleva la domanda di una giornalista locale, che premettendo alla domanda un campanilismo veemente, chiede a Soldini quale ragione lo abbia portato a realizzare un film a Genova. La sua replica riguarda la “pittoricità” del capoluogo ligure, e punta subito il dito indice su di un film che finge soltanto di raccontare Genova, ossia Uno su due, perché della città in cui si approda, una volta terminato il viaggio, ci si deve completamente permeare a cominciare dai suoi interni.
Il Genova Film Festival ha proposto, nella sezione di maggiore interesse dell’edizione, l’intera filmografia di Silvio Soldini, a partire dal felicemente esistenzialista Drimage, cortometraggio americano del 1982 e dal suggestivamente pachidermico Paesaggio con figure, primo lungometraggio milanese che della città emana il suo costituente più “alieno”.
Già pubblicato qui http://www.positifcinema.com/viaggiopersoldini.htm

Genova per voi

Non è certo il caso a volere che le nuvole del titolo e del cielo che sovrasta Genova lungo le due ore costitutive l’ultimo lavoro di Silvio Soldini, fra le più interessanti vedibili in questi ultimi tempi cinematografici, appaiano immobili nel loro scorrere, come i giorni di Elsa e Michele (un Albanese in grande spolvero). Coppia apparentemente e improvvisamente sfiduciata dalle beghe economiche al giorno d’oggi all’ordine del giorno in molte famiglie italiane, catapultata in una dimensione dove i giorni si susseguono a fatica, lungo il crinale della monotonia e delle difficoltà più banali.
Una Genova crepuscolare fa infatti da contrappunto a una tale ansia di vivere che mai si sfoga in qualcosa di concreto, anzi rinuncia al suo iniziale disegno, per una realtà più reale del sogno: il Denaro. La coppia doveva partire per una vacanza che salterà, in quanto Michele ha perduto il lavoro e lo confessa ad Elsa solo una volta laureatasi in storia dell’arte. Quella velleità che in tanti inseguono, quell’evasione dalla realtà pecuniaria e sociale che evidentemente non soddisfa come vorrebbe farci credere. Elsa restaura un antico soffitto nel centro storico del capoluogo ligure e metaforicamente cade dall’impalcatura che la sorregge, imbattendosi nelle vere velleità dell’esistere, quelle bugiardamente incollate ai conti, agli affari, all’etica della desiderabilità sociale. Ma d’altronde, chi può scamparla?
Non certo Elsa e Michele, che vivono a Genova, una città chiave per l’interpretazione corretta del film di Soldini, che in generale attribuisce ai luoghi di tutto il suo cinema estrema importanza. Genova è città dalle molteplici espressioni, appartenenti però ad un unico e solo volto, come unico e inconfondibile è il cielo che pervade e avvolge lo spettatore di un film interamente ambientato sotto le nubi del tempo e il tempo delle nuvole. Se i giorni sono come le nuvole difatti, pure quest’ultime paiono addensarsi sotto i tetti delle case di una città presentata come senza fantasia. Mentalità fruttata da una tradizione di concreti speculatori, che poco concessero alla libertà dell’immaginazione, all’astrattezza (non ultimo prezioso artista genovese scomparso: Emanuele Luzzati). Elsa e Michele ci appaiono come imbrigliati da questa capziosità fluttuante, che cercano di scongiurare attraverso il loro titanismo morale e sentimentale, ormai diroccato come le certezze che avevano. Nessuno crede più in niente dopo la delusione ricevuta, il trasloco in un quartiere popolare, tutto pare degenere e inqualificabile. Si è toccato il fondo. Ma da questo fondo, con qualche eccesso tragico al quale il regista poteva forse rinunciare, si evince anche una certa voglia di riscatto relazionale, che emerge dal rapporto amichevole instauratosi fra la coppia e due operai a tempo perso, il multiuso Battiston e un genovesissimo Antonio Carlo Francini. La capacità di rispolverare, senza poi pentirsene, la sana genuinità conviviale, intima e sciocca ma pur sempre affamata di verità e normalità. A Genova questo succede, e il regista lo ostenta con impeccabile coscienza. La sua, del resto, pare proprio essere una ricerca del vero, guidando la macchina cinema in lungo e in largo per l’Italia, sembra volerci avvincere a quegli scorci di ruspante e sincero che con le differenze geografiche del caso si esprimono a pieno titolo, sopravvivendo.
Genova è questo e quello, città bifronte nella quale il regista lavora soprattutto dagli interni, facendoci credere che lì siano contenute le più franche bellezze di un centro abitato interamente ricurvo sul mare. Lì sono nascoste le storie vere di ognuno di noi, genovese e non, in un quadro d’insieme che, con ragione da vendere, ci colloca ognuno nel proprio cubicolo, a girare intorno a sé stesso come dentro un acquario, lo stesso che giorno e notte intrattiene l’anziano padre di Michele. Ognuno, insomma, tira avanti la propria esistenza a fatica, nella maggior parte dei casi senza grandi soddisfazioni, fino a quando, seppur nella disgrazia, arriva a contemplare qualcosa che prima, dandolo talmente per scontato, non si pensava nemmeno valesse la pena di viverlo.
Invece, cosa rende degna di essere vissuta una storia di così infelice difficoltà economica e sentimentale? Il finale, la fantasia, l’arte, il cielo che da nuvoloso torna a schiarirsi e vestirsi di angeli, madonnine e allegorie di altri giorni, e altre nuvole.
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