Pensieri e scritti riguardanti l'arte riflessiva

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Utente: Cronenberg
Nome: Davide Ticchi

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giovedì, 02 luglio 2009

Questo spazio l'ho superato come la fase della mia vita in cui mi ha rappresentato. Ora non mi rappresenta più e perciò lo lascio conservando quello che di bello mi ha lasciato. Grazie a chi mi è stato vicino! Ciao

Postato da: Cronenberg a 10:49 | link | commenti |

mercoledì, 01 aprile 2009

Bergamo Film Meeting 2009

L’edizione appena terminata del Bergamo Film Meeting, come tradizione, ha gettato luce su autori poco noti o poco considerati, comunque degni di essere approfonditi o ricordati attraverso i loro film. L’anno scorso erano Julio Medem e René Clair, quest’anno sono Claire Denis e Carol Reed. Proposte stimolanti che attirano di anno in anno il pubblico interessato ai registi presi in esame, a cui il BFM dedica sempre un libro e la proiezione della loro intera filmografia.
Caratteristica interessante di un festival cinematografico che altrimenti potrebbe finire nel mazzo dei tanti concorsi cittadini, con film in competizione non sempre meritevoli e retrospettive poco curate o di autori abusati. Ma al BFM non manca la tradizione di essere appuntamento di qualità, d’essai, come preferiscono definirlo i suoi artefici, essendo giunto ormai alla ventisettesima edizione.
Si sente, e l’esperienza ha insegnato che per richiamare l’attenzione bisogna anche saper osare, e perciò accanto alla provocatrice Claire Denis, in programma c’erano documentari di ogni genere, tra cui vale la pena ricordare Harlan County, USA di Barbara Kopple, film d’importanza storica e ideologica che testimonia uno sciopero di minatori durato tredici mesi. A dimostrazione del fatto che il BFM ha una propria impostazione, sta dalla parte dei più deboli ma forti di ragioni da far valere; gli scioperanti erano infatti minacciati dalle malattie polmonari a cui in miniera erano esposti.
Ad arricchire la proposta del BFM c’era anche un omaggio a Bette Davis e una competizione di sette film in concorso, che hanno ricoperto tutte le prime serate dei primi sette giorni di Meeting. Chiaramente la sezione di minor richiamo è stata proprio questa, i cui film e registi in gara sono appena agli esordi, e perciò possono contare solo sulla voglia di sorprendersi degli spettatori presenti in sala. Tra i film in concorso, intessuto con sensibilità e tatto è stato Ana begins di Ben O’Connor, la storia di una donna rimasta vedova che lentamente ricomincia a vivere, grazie all’aiuto di un uomo e alle piccole cose di tutte i giorni, di cui si accontenta.
Il primo premio, assegnato dalla giuria del pubblico, se l’è però aggiudicato Cordero de Dios di Lucia Cedron, film che narra una dolorosa vicenda familiare durante la crisi economica argentina.
A gettare più luci e ombre e destar maggiore curiosità è stata in ogni caso la regista Claire Denis, autrice di film controversi e eterogenei, che invitano lo spettatore a crearsi una propria interpretazione di ogni storia che lei mette in scena. Difficile parlare di narrazione nei suoi film, più appropriato scrivere di un cinema che vuole impressionare e suggestionare lo spettatore, con un’immagine, una musica, un punto di domanda. Lo stesso che lascia la visione de L’intrus, film gelido, cervellotico e senza sussulti, che rivela il lato più criptico della regista francese.
Più poetico e noir è sicuramente J’ai pas sommeil, insieme di storie che si intrecciano casualmente e silenziosamente in un destino molto diverso per ogni personaggio. Tra pregevoli e ipnotizzanti sequenze musicali, ciò che colpisce di questo film è la tensione che, attraverso ciò che accade in silenzio, viene alimentata fino a farsi suspense.
L’attenzione riservata al cinema di Claire Denis conferma l’attualità e l’importanza di un evento come il BFM, che quest’anno ha inserito nel suo calendario anche la presenza di Antenna MEDIA Torino e un Meeting Point fuori dall’auditorium, dove sono stati organizzati aperitivi e incontri con i registi presenti.
Il ventisettesimo Bergamo Film Meeting si è chiuso fra tante luci e poche ombre, e rinnova il suo invito a cercare qualche altra pepita cinematografica nell’edizione ventottesima, in programma dal 6 al 14 marzo 2010. Qualcosa mi dice che ne troveremo!

Già pubblicato qui http://www.positifcinema.com/positif/Bergamo_Film_Meeting_2009.html

Postato da: Cronenberg a 19:51 | link | commenti |
considerazioni

mercoledì, 26 novembre 2008

CineShow

Alla prima edizione di Cineshow, svoltasi nel quartiere fieristico di Torino Lingotto a partire da lunedì 17 novembre, erano presenti le più moderne attrezzature utili alla produzione cinematografica. Stand propagati in un’area rettangolare hanno esibito per tre giorni i migliori strumenti per svolgere quella che è oggi un’attività più accessibile di quanto non fosse anni fa: fare cinema. Questo grazie principalmente all’avvento del digitale, ma anche a un insieme di proposte commerciali sempre più alla ribalta e in un certo senso democratizzanti per i giovani filmaker. Si parla non a caso di Brand, Product Placement, tax credit e varie altre forme di finanziamento che prendono sempre più piede nel settore cinematografico.

Per fare un esempio di Product Placement evidente, basti pensare al film Natale in crociera, realizzato a bordo di uno sponsor grande quanto un vincitore ai botteghini, di cui ne ha permesso la realizzazione e di cui ne ha poi tratto ogni beneficio. Costa Crociere è l’azienda che ha aumentato i suoi ricavi dopo l’uscita del film e che li aumenterà ancora dopo la sua messa in onda nella tv generalista.

Forma di P.P. più soft si possono rintracciare all’interno dei tanti film in cui compare solo il marchio, vuoi perché preso dal pacchetto e poi fumato, vuoi perché citato verbalmente. Quella che per decenni è stata una forma di pubblicità esclusiva, riservata ai marchi storici come “Martini Rossi” e “San Pellegrino”, è adesso una possibilità accessibile a molte più aziende che, garantendosi della promozione all’interno di un oggetto culturale, ne permettono la sua stessa creazione. Va precisato che esistono modi e modi per fare del P.P., e che solo nei casi in cui sceneggiatura e pubblicità si integrano si tratta di tentativo riuscito, viceversa ritengo che sia molto difficile parlare di “film”, rischiando piuttosto ibridi come “film-spot” di dubbia identità artistica. Questo è il rischio più grande, un rischio, a mio modo di vedere, in linea coi tempi.

D’altro canto il P.P. può venire in soccorso a produttori indipendenti in difficoltà che, proponendo alle aziende questa modalità di finanziamento, possono riuscire a trovare i fondi necessari per la lavorazione delle loro idee. E’ il caso del regista e produttore indipendente Marco Carlucci, intervenuto agli incontri organizzati da CineShow durante i giorni della fiera, insieme a Workshop ed altri eventi in programma concomitanti a quelli delle Giornate Europee del Cinema e dell’Audiovisivo. La sua testimonianza ha gettato luce sulle possibilità che la rete offre oggi, dal Social Network ai Blog, tutte strade percorribili sia da chi fa cinema, sia da chi si occupa d’altro. Entrambi possono trarre vantaggio da network incentrati su un determinato argomento, per far conoscere il proprio film e per portare avanti un discorso su misura di azienda, sensibile e promozionale al tempo stesso.

Luca Lucini, presente al CineShow, occupandosi da anni sia di pubblicità che di cinema, sembra essere il modello perfetto e di successo del regista che fa uso di P.P.

Alla frontiera dei nuovi media si affacciano anche nuovi modelli di comunicazione, come Current TV, che fa scegliere direttamente all’utente della rete quali saranno i programmi che verranno trasmessi sul canale televisivo, raggiungendo quindi un livello di integrazione tra vecchi e nuovi media pressoché totale.

I fondi regionali di Piemonte e Friuli Venezia – Giulia hanno rinnovato la disponibilità ad aiutare economicamente chi è intenzionato a realizzare interamente o parzialmente il proprio film in regione, non senza fare cenno alla crisi nazionale che riguarda lo stanziamento di fondi per il cinema. A dimostrazione di questo le condizioni opposte in cui versano i fondi tedeschi come anche quelli austriaci, ben lontani dal frazionamento regionale che c’è in Italia.

Spazi dedicati alla proposta di progetti da parte di giovani autori sono stati riservanti all’interno dei Match-Making e dei Documentary Pitching. I primi selezionati e proposti da Vincenzo Cerami, mentre i secondi curati da Jacques Laurent.

Gli incontri si sono conclusi giovedì 20 novembre con un masterclass di Paolo Sorrentino.

Presto pubblicato su http://www.positifcinema.com/positif/Torino_Cineshow.html

Postato da: Cronenberg a 21:56 | link | commenti |
considerazioni

domenica, 02 novembre 2008

Dentro o fuori

Forse non esiste una didattica migliore di un’altra, forse non c’è un modo per formare l’individuo migliore di un altro. Forse la didattica tradizionale sa solo “tirar su” ragazzi insolenti e maliziosi, che la mattina si scontrano con gli insegnanti e il pomeriggio vagano per i centri commerciali in cerca di nuovi stimoli. Forse è fallimentare chiudere “dentro le mura” i giovani quando l’esigenza più sentita dagli adolescenti è quella di conoscere, girare e curiosare per le vie del mondo, i suoi retroscena e le sue stranezze. Forse non soltanto alle mura spesse di scuola, che assorbono tutte le sgrida, le offese, le stupidaggini, e restano impassibili, il regista francese ha pensato quando ha realizzato il suo film. Può darsi che abbia pensato a tante altre mura spessissime e fredde dentro le quali gli uomini sono fatti prigionieri, ma come al solito Laurent Cantet ha preferito il caso particolare, per risalire all’universale con più discrezione, passando per la porta di servizio.

Nessun ammiccamento, puro sguardo compiaciuto d’autore, che appaga lo spettatore esigente con la tecnica dell’imparzialità apparente, del non dare giudizi e del non schierarsi. In realtà il regista ha le idee ben chiare, idee che con nitidezza trasferisce allo spettatore negli ultimi dieci minuti de La Classe. Idee che gridano in silenzio al fallimento, all’impotenza, al senso di ingiustizia che va e viene. E tutto ciò si concentra nella figura dell’insegnante di lettere Francois, né vincitore, né vinto, figura dignitosa ma incapace di riscattare i suoi giovani studenti con le armi del sapere. Armi che sembrano aver esaurito le munizioni, armi difettose che procurano lo scontro verbale, generazionale, che provocano la trasgressione e la ribellione.

In questo film emerge l’erroneità della didattica tradizionale, che crea stereotipi (il secchione, il ribelle, il solitario), che uccide la libertà e che smorza ogni energia, come quella del gioco. Tutto viene severamente incastrato dentro le classi, dentro le mura di un microcosmo senza via d’uscita, dove agli impulsi viene preferita la forma e all’entusiasmo la piattezza.

Realizzato con piglio documentaristico, La Classe dà ragione alle didattiche alternative delle “classi aperte” e a Rousseau, attraverso la convivenza con un gruppo multietnico che dura il tempo di un film. Come già in Risorse Umane, il regista sembra infatti prender parte, con occhio clinico, alle dinamiche della società attuale, chiusa fra le mura dei problemi e delle contraddizioni. E questo film dà ragione di un apprezzamento pressoché unanime all’operato di Laurent Cantet, vincitore della Palma d’Oro e applauditissima voce di chi è meno ascoltato.

La didattica non è esclusa dalle logiche dell’economia globale, anzi incentrata su un modello formativo in grado di selezionare e allevare mansueti consumatori di nozioni e patatine.

Laurent Cantet aggira l’ostacolo e arrivato in fondo lo abbatte.

Già pubblicata qui http://www.positifcinema.com/positif/la_classe.html

Postato da: Cronenberg a 10:29 | link | commenti |
documenti di esistenze

giovedì, 11 settembre 2008

Venezia 65: Il rischio di sperare

Pa-ra-da non nasce da una storia vera, ma da un’esperienza intima. In effetti il pregio più grande del film di Marco Pontecorvo è quello di non concedersi ad un buonismo retorico e unilaterale, che caratterizza molte delle realizzazioni filmiche di quel che di buono accade nel mondo, bensì di osservare con sguardo emotivamente e moralmente partecipe quella che è la riscossa personale di un eroe che abbandona molte delle sue fragili certezze, per inseguire un sogno di “rispetto” verso la dignità del sogno. Poco di più intimo del sogno esiste, spesso immolato a simbolo o porta dorata del riscatto umano, che da carnale e infelice diventa puro, qui invece delicato ingranaggio da muovere con attenzione e strategia, senza forzature ma con tanta passione e convinzione. Senza che tutti debbano per forza aderire al sogno e senza che dopo la visione del film ci si dimentichi della realtà ancora delicata dei bambini di Bucarest.
Il film spicca così per sincerità e genuinità, trascina lo spettatore in una forte empatia e sensazione di responsabilità nei confronti delle responsabilità di ognuno. Travolge con la sua dose di speranza incarnata da un eroe giovane e bello, che tiene alta la bandiera della sua generazione, capace di commuoversi di fronte al degrado e alla perdita dell’innocenza piuttosto che fuggirne o approfittarsene. Miloud Oukili è un cavaliere senza nazionalità, sembra esser nato nelle periferie sociali facendo il clown fra le rotaie e le fogne, gridando “rispetto” verso sé stessi prima di tutto. Il nemico che combatte è il processo di uniformazione ad un mancato modello formativo, per molti dei bambini nati sotto la dittatura di Ceausescu, diventati i cosiddetti “boskettari”, che respirano colla drogante da mattina a sera e vivono di selvaggia prostituzione, nonché discriminazione e razzismo che subiscono dalla gente “perbene”. Il luogo in cui vivono è la stazione ferroviaria di Bucarest, i suoi giardini e le sue carrozze abbandonate, dove viene depositata una fetta d’innocenza e poi là dimenticata. Ma quello che compie Miloud insieme ai suoi amici boskettari è un miracolo spettacolare, partorito da un viaggio interiore ed esteriore di consapevolezza, attraverso il quale si possono imparare i valori e le ingiustizie che normalmente noi diamo per scontate e sulle quali sempre o quasi soprassediamo. Miloud e i suoi bambini affrontano la durezza della vita e finiscono col trasformarla nella morbidezza di un sogno che si fa vita, spettacolo, magia e acrobazia. Con entusiasmo e affetto l’eroe Miloud sigilla un patto di rispetto eterno coi suoi piccoli amici, di reciproco aiuto e responsabile coraggio. Maturi e impavidi come cavalieri nelle favole, questi ragazzi forniscono a Miloud la motivazione giusta per essere motivati. Il desiderio di vivere, amare, scoprire, conoscere, curiosare, giocare, inventare, pasticciare e sbagliare, tutti tratti tipici dell’infanzia che si forma secondo i modelli più indeterminati. Svetta su tutti la positività dell’apertura all’ambiente anziché della chiusura nelle aule, ma soprattutto l’urgenza di vivere e muoversi, non stare fermi un secondo.
Marco Pontecorvo, figlio del grande Gillo, sembra avere un’insaziabile voglia di osservare e cercar di comprendere, come i ragazzini di Bucarest, le possibilità di conquistarsi la vita e le gioie. Niente di gratuito, né scontato, tant’è che anche lo stile di fiction attraversa venature di documentario ed indagine. Questo grazie ad un sincero coinvolgimento a esperienze importanti quanto invisibili, intime, personali.
Perché Miloud abbia voluto la “Fundatia PARADA” ci viene suggerito dai suoi gesti caparbi, dalla sua volubile emotività, dal suo contraddittorio e tenace attaccamento alla vita. Con semplicità il suo personaggio è magnificamente tratteggiato e, si sa, quando protagonista di una fiaba è un cavaliere dagli alti ideali, è difficile che alla fine non riesca a vincere il suo drago.
Prima e dopo la proiezione veneziana, fra i molti applausi, i Ragazzi di Bucarest si sono esibiti in acrobazie e un lancio di nasi rossi da pagliaccio per tutto il pubblico!

www.parada.it

Già pubblicata qui http://www.positifcinema.com/parada.htm

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le culture del mondo

martedì, 08 luglio 2008

La casa è nera

Forough Farrokhzad, poetessa persiana dalla sensibilità isolata, ha fermato nel tempo immagini di uno splendore unico. Il suo personale modo di sentire le cose, vederle, leggerle sui volti delle persone, che ha reso inconfondibile la sua poesia, fa di questo film un’opera eterna e mai abbastanza conosciuta, come tutte le più segrete meraviglie del mondo.

Inutile precisare che la sensibilità di Forough è isolata perché pura, silenziosa, senza per questo essere indifferente al dolore e al lamento del mondo. Mossa anzi da un grido interiore che rivendica giustizia, in vita la giovane poetessa ha avuto modo di schierarsi spesso in favore dei diritti della donna, che nell’Iran di quegli anni venivano abitualmente non rispettati né tantomeno riconosciuti. Forough è inarrestabile e fa sentire la sua voce in un modo che non si dimentica, poiché ogni lotta per il riconoscimento della libertà e della dignità umane non va scordata.

Così la sua breve vita ruota intorno al contrasto e alla sottigliezza della sua poetica, che trova spazio agli abbracci e al piacere così come alla morte e al dolore. Non discrimina niente e nessuno, Forough, non cade nella trappola di chi ha fatto distinzioni fra gli uomini, che adesso ne pagano il prezzo con l’infelicità e la miseria che la poetessa ha conosciuto da vicino. In questo film, lo sguardo dell’autrice è molto rancoroso nei confronti di chi ha deciso di emarginare in un lebbrosario quelle persone, sfigurate dalla lebbra; forse Dio, che viene ringraziato dai malati lungo tutto il film ma non dalla regista, forse la solitudine, che la poetessa ha conosciuto bene, forse soltanto il virus e la bruttezza.

Il pregiudizio sociale tende a creare degli esclusi, degli emarginati, dei mostri, e il primo impatto con questo documentario poetico regala una terribile sensazione di diversità, orrore e povertà. Tehran vive forti squilibri ma è tutto il mondo ad esser contagiato dal morbo delle diseguaglianze, delle fortune e delle sfortune, delle vittorie e delle sconfitte. E quella che un tempo veniva chiamata la ‘maledizione di Dio’ è, in “The house of black”, il presentimento della morte che avanza al di là del cancello del lebbrosario, dove tutto accade all’insaputa di chi ne sta al di qua. I volti, di adulti e fanciulli deturpati dal virus, sarebbero altrettanti segnali di quello che è uno sgretolamento della vita, che inesorabilmente si affianca alla morte, le si prepara, se non fosse per il pensiero provvidenziale di Forough, che con le sue parole e quelle che difficoltosamente fuoriescono dalle bocche rovinate, dona una dignità e una profondità umane obbiettivamente mai viste dentro un film. Primi piani che indugiano sulle espressioni del volto, sorrisi, balli, cantilene, lotte e giochi. Visi che ritraggono qualcosa in più di una semplice espressione della faccia, raffigurano i sentimenti dell’anima che vi è racchiusa dentro quelle smorfie. Come le foglie accartocciate dall’autunno scivolano sull’acqua di un lago putrido, così i pensieri, assorti nello scorrere di giorni sempre uguali, si perdono dentro le mura di un mondo blindato al mondo e ai suoi giorni sempre diversi.

Forough Farrokhzad pennella venti minuti dolenti con le tinte sapide della vita e delle sue magie: i sensi. Usa tempere così dense da nascondere tutto il male che c’è dietro, come durante la corsa di un bambino e una bambina in mezzo al prato, che per qualche istante ci fa dimenticare dove sia situato. Così anche la ragazza velata che apre il film, guardandosi allo specchio, è ineffabile consapevolezza di ciò che non si è, persone normali. Per questo Forough non si rivolge ad esse, perché non sanno e non si domandano quello che non sono, vivono di ciò che sono e di nient’altro si curano.

“The house is black” è il segno più indelebile che la poetessa palestinese, morta all’età di trentadue anni, potesse lasciare a noi. Un bianco e nero poetico, una fotografia di cui ogni singolo frammento potrebbe diventare icona di dignità sono gli elementi tecnici che impreziosiscono questo piccolo documento di vite.

Il grande merito di aver rasserenato, con arte sincera, essenziale e intensamente umana, un luogo di isolamento come il lebbrosario va a questa figura, che con la sua inarrestabile onestà ha chiuso il film con la frase che un malato scrive alla lavagna, una frase che deve contenere la parola “casa”. E dopotutto, agli occhi di chi è abbandonato, quella casa si colora tutta di nero.

Presto o tardi anche su www.positifcinema.com

Postato da: Cronenberg a 21:41 | link | commenti |
documenti di esistenze

sabato, 22 marzo 2008

L'ultimo sguardo sul Bergamo Film Meeting

E’ calato senza alcun festone il sipario sul Bergamo Film Meeting, che non aveva addobbato neanche l’apertura di questa ventiseiesima edizione.

I giochi sono fatti e, come da previsione, l’auditorium di Piazza della Libertà si è popolato anche quest’anno d’intenditori di ogni età. Giovani e anziani amanti delle vicende finemente tessute dal cinema di René Clair, la cui completa retrospettiva è stata seguitissima e applauditissima, ma anche della curiosità, di scoprire in questo caso la surreale produzione di un regista emergente come nella fattispecie lo spagnolo Julio Medem.

In mezzo sono trascorsi i fiumi di emozioni tipiche del cinema indipendente che concorreva all’ambita Rosa Camuna, premio riservato ai tre film più votati dal pubblico sugli otto in competizione. E caso ha voluto, o più verosimilmente l’alta qualità dei film in gara, che quest’anno sul podio ce ne finissero quattro. Così i titoli più apprezzati dagli spettatori del meeting sono stati, in ordine: “Un lavoro da uomo” di Aleksi Salmenpera, film finlandese che si è aggiudicato l’oro, “Buonanotte Irene” di Paolo Marinou-Blanco, pellicola portoghese che ha vinto invece la Rosa Camuna d’Argento, e l’ex-aequo fra “Segreti” di Alice Nellis, film ceco, e “Perdono” di Marek Stracharski, film polacco, che si sono meritati ciascheduno una metà del premio di bronzo.

Anche quest’edizione si chiude pertanto all’insegna del cinema impegnato, che tra il calarsi nelle pieghe della psiche umana come per il film trionfatore “Un lavoro da uomo” (nominato finlandese all’Oscar per il miglior film straniero), che prende in esame la depressione, e l’astutamente trascinante crisi di mezza età allestita dal terzo classificato “Segreti”, rivela quella che è una nitida impostazione analitica e antropologica della manifestazione.

Da non dimenticare, inoltre, lo scorcio riservato all’anniversario dei venticinque anni di Meeting, che ha dato la possibilità al suo fedele pubblico di assaporare uno tra i film più attesi dell’ultima sfilata a Cannes, “L’uomo di Londra” di Béla Tarr, che ha marciato sugli occhi degli spettatori con la sua poderosa lentezza e impenetrabilità, del bianco e nero e del rigore morale, accompagnato da “L’appartamento”, eterno capolavoro di Billy Wilder, la cui proiezione ha preceduto la lettura dei vincitori nella serata di sabato 15 marzo.

L’ultimo film proiettato è stato invece “Una storia vera” di David Lynch, che dopo un viaggio cominciato dalla profonda commozione a cui “The Elephant Man” costringe ogni volta lo spettatore, si è concluso sotto un grande e meraviglioso cielo stellato, che lascia ben sperare nel futuro di questa deliziosa esposizione cinematografica.

Già pubblicata qui http://www.cinemaplus.it/leggi-eventosottoriga.asp?id=479

Postato da: Cronenberg a 12:23 | link | commenti (8) |
considerazioni

martedì, 18 marzo 2008

Dal Bergamo Film Meeting 2008

Chissà come e quando si è stabilito che i festival cinematografici simpaticamente soprannominati “d’essai” non debbano suscitare grossi rimbombi mediatici né tanto meno di pubblico. Forse con l’avvento della scissione irreversibile avvenuta tra quello che dalle elite viene ritenuto l’unico cinema degno di “contare” e quello che ancora guarda alle masse, e che quindi intrattiene e incassa solamente. Fin dove arriva il cinema e ha inizio la superflua querelle non si sa, quel che è certo è che il Bergamo Film Meeting, apostrofando l’etichetta con la nota affianco “il festival del cinema d’essai”, parrà a taluni come una prestigiosa denominazione di origine controllata e a talaltri un campanello d’allarme che risuona noia, anacronismo e persino “costruito”. Ma fintantoché una manifestazione sarà caratterizzata da sguardi tormentati come quelli lanciati da un personalissimo fotografo e regista della statura di Freddie Francis, curatore della fotografia di “The elephant man”, film di apertura del meeting (domani alle ore 14.45 nell’auditorium di Piazza Libertà), non ci si può sentire con la coscienza a posto nell’affermare che anche il BFM fa parte di quella sovrastruttura festivaliera di cui il paese andrebbe disossato. Da qui si parte infatti per omaggiare inoltre l’eminente figura di René Clair, quella più snella e melliflua del giovane cinema di Julio Medem, cui si aggiungono un concorso internazionale rappresentato da paesi anche remoti e un pugno di anteprime succose, fra le quali “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi, in programma domani sera all’auditorium di Piazza Libertà.

Il tutto per dimostrare quanto siano formative le proposte di questo ventiseiesimo Meeting bergamasco che, senza clamori, luci della ribalta né canditi, riesce a toccare tanti temi sottili in appena nove giorni di proiezioni. Ossequi e attenzione verso chi ci ha emozionati, ci emoziona e ci emozionerà con più genuinità possibile, sta tutta qui la differenza, nella qualità delle emozioni, e dal momento che infinite altre manifestazioni producono quantità incredibili di golosità, e soltanto quelle, auguriamo a questa manifestazione di resistere all’ondata di indifferenza che il pubblico e la critica dei “consumi” le riservano. E senza ulteriori indugi, battage e pompe magne vi informiamo che da domani ha inizio una stimolante e colorata nuova edizione del Bergamo Film Meeting!

Con la discrezione tipica di uno sguardo sensibile si schiude anche quest’anno l’occhio del Bergamo Film Meeting sul cinema d’essai. E non potrebbe essere altrimenti, visto che lo spazio destinato al film d’apertura è stato occupato questo sabato dal sempre magico e doloroso “The elephant man”, capolavoro del sensazionale David Lynch, che ha così riunito l’interessato e attento pubblico della mostra in un esame di coscienza inevitabilmente profondo. A questa prima proiezione compresa nell’omaggio a Freddie Francis , che di “The elephant man” ha curato la fotografia, è seguita la retrospettiva annualmente dedicata a uno dei registi emergenti più interessanti, nella fattispecie Julio Medem durante quest’edizione, che ha aperto con il surreale “Vacas”. Lo stile nervoso, ironico, ossessivo e convulsivo non riscatta un’opera globalmente autocompiaciuta e in fin dei conti sterile nella trattazione della ripresa agricola successiva alla Seconda Guerra Carlista.

E’ giunta poi l’ora, alle 20.45, della sezione in concorso, rappresentata sabato sera dalla commedia ceca “Tajnosti” di Alice Nellis, emulatrice a tratti forzata e impacciata del modello americano. Gli ingredienti narrativi sono i soliti: crisi di mezza età e tradimento, accompagnati da una manciata di inserti coreografici onirici, comunque poco incisivi e opportuni. Il ritmo sostenuto e qualche gag divertente hanno raccolto i consensi del pubblico sottoforma di applausi a fine proiezione.

Hanno concluso la serata l’anteprima del film attualmente in sala “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi e il secondo omaggio a Freddie Francis “Dr. Terror’s house of horrors”, film dell’orrore a episodi da lui stesso diretto.

La giornata di domenica si è invece aperta con la retrospettiva dedicata al grande regista francese della prima metà del novecento René Clair, prima con “Le grandi manovre”, alle ore 9.30, poi con “Il silenzio è d’oro”, capolavoro di scrittura e interpretazione rigorosamente espressionista, che non risente minimamente dei più di sessant’anni trascorsi dalla sua realizzazione, scoppiettando e ammaliando dall’inizio alla fine. E’ un film sullo scarto generazionale e la forza dell’amore, che vince anche l’illusorietà del cinema, cui non resta che piegarsi alle sue imprevedibile trame.

Il calendario è proseguito con un nuovo omaggio a Freddie Francis, fotografo per Joseph Losey ne “L’alibi dell’ultima ora”, esempio artificioso, sgraziato e in alcuni frangenti sottotono di poliziesco anni ’50, filmografia in auge all’epoca e fin troppo affollata.

Altri due film di René Clair hanno caratterizzato il pomeriggio, “Ho sposato una strega” ed “Entr’acte”, quest’ultimo con tanto di esecuzione al piano in sala ad apostrofarne la proiezione.

Ha in seguito aperto la serata, alle 20.45, l’anteprima del cortometraggio “Camille e Mariuccia”, cui è seguito il film in concorso “Senza fine” di Roberto Cuzzillo.

A cappello della giornata infine, per la sezione “Visti da vicino”, è stato presentato il film “Joy Division” di Grant Gee, che racconta la storia della famosa band di Manchester.

La settimana solare, nonché la terza giornata di Meeting, si è aperta nuovamente tra i fasti di René Clair. Dalle 9.30 in avanti si sono infatti potuti apprezzare due film del suo primo periodo, “L’ultimo miliardario” e “Miss Europa”, risalenti rispettivamente al 1934 e al 1930.

Dopodichè, le proiezioni sono riprese solo nel pomeriggio, alle ore 15.00, con  il cortometraggio “Le sei in punto” di Julio Medem. Prosegue così anche lo sguardo sul regista contemporaneo che quest’anno la direzione artistica della manifestazione ha reputato “da scoprire”.

Ancora un Clair fantasioso e giocoso anima il pomeriggio del Meeting con un film dell’ultima sua fase, “Le belle della notte”, che venne realizzato nel 1952 e annovera fra i comprimari gli italiani Paolo Stoppa e Gina Lollobrigida.

“La doppia vita di Dan Craig” è invece un noir di Karel Reisz fotografato da Freddie Francis, altro grande architetto di emozioni che il BFM numero ventisei intende omaggiare nel modo giusto.

La serata, un po’ più soft rispetto a quella del sabato e della domenica per permettere di non far tardare troppo chi il mattino dopo si reca al lavoro, ha visto illuminarsi ancora lo schermo di cinema, questa volta sloveno e in concorso nella competizione ufficiale. “Cortocircuiti” è un groviglio sanguinante di storie drammatiche ai giorni nostri, mitigate da esili speranze con le quali non ci si può che ingannare ancora fino a specchiarsi nelle delusioni altrui.

Ancora uno squarcio di Medem irrompe nella giornata, “Lucía y el sexo” con Paz Vega è il film che la chiude con erotismo e mistero. Uno dei pochi lavori del regista spagnolo ad esser stato distribuito in Italia, nel 2001.

Già pubblicati qui http://www.cinemaplus.it/eventisottoriga.asp?id=95

Postato da: Cronenberg a 13:08 | link | commenti |
considerazioni

sabato, 01 marzo 2008

Pablo, continua a registrare!

I titoli di coda, sulle note ripide di un pezzo sbruffone, esorcizzano quanto di più temibile possa proiettarsi sul pallido schermo bianco di un cinema, di questi tempi. Smorfie da circo, effetti speciali da scannatoio, ragazzine urlanti e bellimbusti col fare da spaccamontagne. Tutti risucchiati dentro il vortice della violenza, efferatezze a non finire. Forse la domenica, prima o dopo un atteso incontro di calcio si preleva un campione di cotanta malattia sociale, ma nei feriali che succede? Quando non si gioca si fa sul serio, o si gioca duro. Contro un avversario “rabbioso” come una ficcante infezione che stringe un condominio spagnolo tra le sue fauci secernenti morte. Stritola il bassoventre di uno spettatore che farebbe meglio a restare a casa, se si aspetta uno dei tanti horror annacquati in circolazione. Questo nuovo breviario dell’orrore, firmato Balaguerò e Plaza, paga per tutti.
Partorito dalle molteplici psicosi che ci contaminano da ogni dove, REC non la fa spuntare a nessuno, nemmeno al mondo intero. Poiché è in grado di mandare a morire i giovani pompieri che ci tutelano da incendi e altri spiacevoli inconvenienti ogni giorno. Perchè ci fa accorgere di essere carne al macello giusto quando ci stavamo identificando nei personaggi umanissimi della rappresentazione. E questo grazie a che cosa? Non crediamo allo smisurato talento di un regista poco più che discreto come Balaguerò, nemmeno all’indiscussa ispirazione del suo collaboratore Plaza, quanto alla fulminante intuizione di girare un film in prima persona. Ad opera di due sadici sperimentatori di genere. Che non inventano niente, anzi, a stemperare la presunta autorialità dell’opera rimando a inizio recensione, quando si parlava di musica dello sfasciacarrozze. Ma pregio più grande della produzione di REC è quello di aver saputo legittimare la scelta di un film fatto sulla spalla di un reporter televisivo, con l’orrore più imponderabile. Mostrato col desiderio malsano di guardare ciò che disgusta e repelle. Perché se Balaguerò e Plaza sono il reporter, allora noi siamo loro, ossia due voyeur fraudolenti ingordi di violenza fosca e brutale. Di quelle che ti fanno rabbrividire per la loro verità, la loro plausibilità.
Che ne sapevano i poveri inquilini di quel fedifrago appartamento nel pieno centro di Barcellona, che l’anziana signora urlante al piano di sopra sarebbe stata l’inizio della loro fine? Una grassa e sfatta anziana della porta accanto, senza figli e abbandonata ai tormenti più oscuri della mente, comincia il suo viaggio negli inferi aggredendo e mordendo il portinaio. Sangue che schizza su una sottoveste di lino bianco già macchiata di plasma ormai secco. Un bel colpo di scena per chi credeva che il duo di registi spagnoli si fosse dato al documentario sociale, ai pompieri e ai loro momenti di relax, a inizio film. Ma perché la televisione avrebbe squarciato un’età intera dell’umanità se il suo potenziale si fosse ridotto alla riproducibilità, alla finzione? È tutto verissimo, testimoniato dagli intervistati chiusi dentro il palazzo dell’orrore più sibillino. Cambiano faccia, si gridano l’un l’altro, e in mezzo a loro il darwinismo sociale che fa calare la sua lama decapitatrice. Nemmeno il più forte sopravviverà, ma questo fa parte del gioco, del divertimento, se può essere chiamato tale il rimanere estremamente terrorizzati davanti ad uno schermo.
Le atmosfere al punto giusto lugubri, il buio che s’intrufola dentro la sala, il timore per la vecchia signora che abita dentro il nostro palazzo e in un modo o nell’altro ci ucciderà. Anche se siamo più giovani e robusti. D’accordo, è l’altra metà del nonno di Non aprite quella porta, e pure il film di Hooper era tratto da una storia vera… Ma attenzione, REC non è tratto da nessuna storia, perlomeno vera, è bensì la Storia, la Realtà, La Televisione. Questo è ciò che spaventa di più, della martellata che riceviamo addosso.

Del finale non vi anticipiamo niente. Però vi bisbigliamo che è suggestivo quasi quanto le spiegazioni alle prime epidemie cronenberghiane.

Già pubblicata qui http://www.positifcinema.com/rec.htm

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l orrore di vivere

domenica, 03 febbraio 2008

Delitti e psicanalisi

Woody Allen c’ha preso gusto. Inutile nasconderci che la vera e propria breccia di consensi spalancata con il pregevole Match Point abbia insinuato nel più che prolifico regista ebraico il dubbio che la commedia intellettuale dura e pura stia esaurendo i suoi, per la verità già rudimentali, spunti. La caricatura psicanalitica, l’isterismo sociale, il sentimentalismo contorto e così via sono infatti tematiche care ad Allen, tanto quanto possono esserlo ai suoi irriducibili fan, ogni qual volta ben paghi della prolissità di sceneggiature ormai tronfie di ammiccamenti nozionistici leziosi e autocompiaciuti. Perciò, dopo il tentativo di schierare una storia tesa e intrigante come quella del film citato poche righe sopra, che ha infine dato un esito entusiastico su tutti i fronti, il regista si è ripromesso d’inserire nuovamente sottoforma di mero pretesto narrativo il delitto, come perno di un canovaccio altrimenti ben già indossato in precedenza, e per questo ormai logoro, scolorito. Ma Allen non si dà per vinto e così ripropone la veste del thriller, utile se non altro al battage pubblicitario memore delle aspettative “pubbliche” post Match Point, mantenute in parte nell’onesto e rinfrescato, presumibilmente per la presenza della giovane diva Scarlett Johansson, Scoop, che di tutto aveva l’aria tranne che di un lavoro sobrio, impersonale. Fin troppo egocentrico anzi, per un regista che aveva prepotentemente calpestato la scena con il suo recente, teso e inesorabile, “rinnovamento artistico”.

La verità è che Woody Allen sa fare bene cinema, anche divertire, commuovere e impressionare quando ne ha voglia, soltanto che oggi, nel nuovo millennio, sembra ancora volersi mettere al centro dell’attenzione quando i tempi del suo spartito tragicomico dell’esistenza sono ormai tramontati. Per questo si vede avvantaggiato nel ricorrere a fin troppo facili mezzucci di stampo criminale, sessuale e divistico, per porre in altre parole i giusti presupposti a un’idea di cinema rimasta fondamentalmente invariata da anni or sono. Esclusa qualche sfumatura infatti, gli ingredienti che ne stanno alla base sono sempre stati essenzialmente commisurati all’ispirazione, allo slancio creativo che, a parte rarissime eccezioni, è a questo punto molto simile al precedente e con ottime probabilità lo sarà al successivo. Una filmografia costituzionalmente seriale per vocazione quindi, non certo per inerzia, ma che ha rischiato di cadere, e più volte l’ha fatto col tonfo, nella leziosità dei temi, autoreferenziali e di scarsissimo, per non dire nullo, interesse. E Sogni e delitti ne è un esempio calzante, thriller capzioso dalle venature beffarde e ineluttabili, che trova nel suo unico e più grande difetto la ragione del suo non essere un bel film, vale a dire la pochissima ispirazione, la fretta quasi, il perdurante mostrarsi sottotono agli occhi dello spettatore. Interpretato diligentemente da un cast giovane e affidabile, il nuovo film di Woody Allen poco può esser biasimato sotto il profilo tecnico, come al solito ben coordinato, ma una vuotaggine di spirito e intenti sembra pervaderne la narrazione da capo a coda, sacrificata della sua efficacia in virtù di una sosta quasi obbligata presso le tappe della seduzione, dell’omicidio e del rimorso. Vale a dire quei microtemi che andavano dispiegando il potenziale creativo che stava alla base del progetto Match Point, e che oggi vengono rispolverati per raccontare una fiacca storia di rancori e gelosie, che non centra mai il bersaglio. Gli interpreti, non c’è che dire, seguono alla lettera la lezione del maestro, ma non sembrano ispirarsi ad altro che non sia la sua memoria cinematografica, cosparsa di una mimica e drammaturgia risaputa, senza acuti né tanto meno novità.

Dopo tutto si tratta di un film serio, che indaga le ragioni dell’io più profondo capaci di sospingere l’individuo ai comportamenti più efferati e inimmaginabili. Ma come già osservato in precedenza, gli interrogativi sui sogni e i delitti hanno caratterizzato la storia della psicanalisi novecentesca, nonché il successo di tutto il cinema del regista newyorchese. Forse sarebbe il caso di tentare un’evoluzione concettuale e procedurale, in maniera tale che la forma venga sollecitata a quadrare un po’ meno al contenuto e la psiche al corpo, per farci se non altro smettere di sospettare che Sogni e delitti altro non sia che una commedia inessenziale, volutamente malnutrita e mistificata dalle atmosfere del “thriller paradossale” più facile e noioso.

Già pubblicata qui http://www.cinemaplus.it/leggi-recensione.asp?id=2560

Postato da: Cronenberg a 09:16 | link | commenti (2) |
il thriller della volontÃ